LA LUCE CHE BRILLA SUI TETTI di MARIA GIOVANNA LUINI

La luce che brilla sui tettiLA LUCE CHE BRILLA SUI TETTI di MariaGiovanna Luini

“Tout commence par une interruption” Paul Valery

Compro LA LUCE CHE BRILLA SUI TETTI, il nuovo Romanzo di MariaGiovanna Luini, il giorno stesso della sua uscita nelle librerie. Arrivo alla Mondadori quasi a chiusura, utilizzo il passo più sostenuto che riesco a reggere. Entro dolorante e con un velo di sudore che mi bagna la fronte.
Poche ore dopo inizio a leggerlo, spinta da una indefinibile urgenza.
Non amo i romanzi d’amore, non sono nelle mie corde e questo è già stato preannunciato tale nella sua essenza. Eppure qualcosa di indecifrabile mi attrae. Non è certo il fatto di aver conosciuto Maria Giovanna Luini, i miei genitori non mi hanno trasmesso il gene della compiacenza al momento del concepimento

Lo iniziò, dopo poche pagine mi ritrovo affannata. Continuo. A tratti sono in apnea.

Perché?

In fondo LA LUCE CHE BRILLA SUI TETTI ha un grande ritmo narrativo e MariaGiovanna Luini è dotata di una scrittura fluente, di quelle che mostrano e non descrivono. I personaggi, inoltre, sono  delineati così minuziosamente che sembrano uscire dalle pagine. Ad un certo punto escono proprio, e  finiamo a berci un caffè assieme, nel salotto di casa mia.
Eppure nemmeno questo incontro sembra placarmi e  ogni pagina mi grattugia, dentro. A dire il vero è la loro stessa presenza a graffiarmi, dentro. La sensazione che ho è che continueranno a farlo, anche quando sarò giunta all’ultima pagina. Forse, mi dico, è proprio questa la grandezza di questo romanzo.

Mi accorgo che c’è  una voce di sottofondo che mi accompagna mentre lo leggo, una voce che inizia a decantare versi, e che continua anche quando mi prendo una pausa dalla lettura. È la voce di Nazim Hikmet che dopo aver scritto questa poesia, chino su se stesso, la rilegge ad alta voce:

L’Assenza
L’assenza dondola nell’aria come un batacchio di ferro
martella il mio viso martella
ne sono stordito

Mi fermo ad ascoltarlo. Appena si prende una pausa riprendo a leggere, correndo a perdifiato, cercando di trovare pace.
Non ci riesco, eppure continuo, resisto attanagliata  dall’avidità del desiderio di una nuova quiete. Vado avanti come un maratoneta stremato che intravede il traguardo.

Provo un dolore intenso, un dolore al quale non so, e forse nemmeno voglio dare un nome nemmeno a me stessa, perché il linguaggio, quasi sempre, non è propriamente uno strumento di conoscenza: so anche che, se in questo esatto istante dessi un nome  a questo mio intenso e complesso sentire, finirei per sottrargli qualcosa al fine di portarlo nel mondo, perché così sia più chiaro agli altri.
Non voglio questo.
E  non si tratta certo di un dolore generato per associazione di idee, da un lutto del quale ho fatto esperienza quello che provo, bensì solo di quello che sento emergere dalle righe e tra le righe di ogni pagina.

Hikmet continua imperterrito:
l’assenza non è tempo né strada
l’assenza è un ponte fra noi
più sottile di un capello più affilato di una spada

Mi fermo ancora, le mie mani scivolano sui quadricipiti, ci si aggrappano
Inizio a immaginare che cosa scriveranno di questo romanzo: ci saranno recensioni che menzioneranno la speranza che MariaGiovanna Luini semina affermando che non si muore davvero quando si muore, quando si lascia la dimensione terrena.
Mi irrito.
– Ma è davvero così poco ciò che siamo capaci di cogliere?-,mi chiedo
-Spesso sì, ognuno di noi, nessuno escluso-, mi rispondo

La speranza, quella cosa che ci fa dire anche nelle situazioni più complesse: “speriamo in bene”.  La speranza sorella di ogni immobilità, di ogni stagnare, in attesa che qualcosa cambi, qui, io non la trovo, non la vedo. E nemmeno mi piace la parola speranza. Alcuni poeti in passato, l’hanno chiamata “la sorella del sonno” e avevano ragione. Eppure, di fronte a questa previsione, mi ritrovo a provare una sorta di commozione nel vedere come traumi, esperienze personali, resistenze al cambiamento impediscano a ogni essere umano di staccarsi delle parole in quanto sistemi di significato e non di senso;  nell’osservare quanto ci venga a tutti più facile e comodo cercare risposte fuori, cercare il divino fuori dall’essere umano, invece di fermarci a guardarlo dentro.
È emozionante invece vederlo, il divino, dentro Lucilla, Sauro e anche dentro Andrea. Dentro, non fuori. Perché MariaGiovanna Luini ne  LA LUCE CHE BRILLA SUI TETTI guida ogni lettore a farlo e, attraverso la vita dei suoi personaggi, lo mette di fronte a se stesso. Certo se uno vuole, può girarsi dall’altra parte. La via di fuga esiste sempre ed è percorribile e rispettabile in quanto scelta, la sola vera figlia della libertà.
Non posso, non voglio girarmi, no, non questa volta.

Hikmet incalza:
corro via l’assenza m’insegue
non posso sfuggirle
le gambe si piegano cado

Una cosa ora mi è chiara in questo viaggio: LA LUCE CHE BRILLA SUI TETTI è un romanzo di intenti. L’intento qui è ciò che la luce e l’ombra dei personaggi di Lucilla, di Sauro e di Andrea mostrano con il loro essere, per potersi orientare fuori dal mondo delle parole in quanto sistemi significanti, perché solo l’intento permette di comunicare davvero. Una delle sue  bellezze, sta proprio nelle parole usate come segnali di modi di intendere, nelle parole come supporto a un intento che è quello personale di MariaGiovanna Luini, ma che anche ogni lettore può scoprire dentro di sé. Un intento sicuramente diverso in quanto unico, eppure proprio per questo motivo, altrettanto importante.
La luce che brilla è ovunque in queste pagine ed è nella sua rara capacità di generare domande e non, di fornire risposte. Questo è un intento meraviglioso che io trovo nei gesti, nelle espressioni degli occhi, nei movimenti delle labbra, nella densità delle lacrime di ogni personaggio.

Mi accorgo di un’altra preziosa bellezza: li chiamerei salti quantici i voli ad ali spiegate, le acrobazie dei personaggi di Lucilla, di Sauro e di Andrea e con questo non mi riferisco certo a paracaduti e moto che prendono il volo e si schiantano.
Il salto quantico di Lucilla in particolare è un salto che sono sicura valga la pena osservare con occhi attenti: io continuo a vederlo anche ora che il Romanzo, ho finito di leggerlo, Ne traggo un insegnamento che porto con me, che non so se sia quello dell’autrice; probabilmente no, è mio eppure  sono queste pagine a donarmelo ancora: Il conflitto bellico che vive dentro e fuori l’essere umano, non come qualcosa di separato ma come una propaggine l’uno dell’altro, è palpabile nella luce del talento narrativo di MariaGiovanna Luini. È pazzesco vedere come ogni essere umano mantiene questa sorta di “avarizia di sé” fino a quando riesce a fare tutti i suoi bei calcoli per tenere in equilibrio il sistema. È che poi, magari accadono cose, cose come quelle che ne LA LUCE CHE BRILLA SUI TETTI vengono narrate: qualcuno scompare senza scomparire davvero, qualcuno si innamora di una persona che scombina tutti i suoi miseri calcolini. È allora che tutto scoppia e si crea l’inferno; meno male, mi viene quasi da dire, perché almeno si genera una opportunità di dirigersi verso un salto evolutivo.

Se solo ognuno riuscisse a comprendere che non è solo una persona ad avere questa conflittualità interiore, ma che tutti ce l’hanno e che è un fatto comune, allora sarebbe più semplice e fluido comprendere anche che non è patologico, perché altrimenti sarebbe come dire che un essere umano è patologico se ha due braccia e due occhi. Se ognuno di noi li ha, due braccia e due occhi, forse tanto patologico non è, magari è patologico solo il modo in cui ogni essere umano li usa.
A volte tutto questo mi appare come una pandemia: il conflitto bellico egoico sembra essere dappertutto. È chiaro che da questa pandemia c’è chi ne trae un vantaggio enorme: una marea di professioni si avvalgono economicamente di questa inconsapevolezza umana.
Eppure i personaggi di MariaGiovanna Luini  ci mostrano che per passare dall’ego bellico tossico alla quiete c’è  un salto che si può fare, perché la quiete non esiste nell’ego e perché lì dentro non c’è scampo. Possiamo avercela per qualche giorno nella dimensione egoica, la quiete, per qualche mese se ci va bene perché abbiamo calcolato tutto così bene che per un po’ riusciamo pure a mantenerla.
La quiete vera la viviamo solo facendo il salto di livello, un salto darmico per smettere di soffrire. Tuttavia, è anche e soprattutto un salto quantico questo, che quindi non può essere graduale: l’energia della sofferenza quando cresce, cresce e cresce ha solo due possibilità: o fa esplodere il sistema e il sistema muore e quindi, con lui, muore anche il problema oppure, si crea quella quantità di energia sufficiente per fare il salto in un’altra orbita, in una nuova visione della vita.

La nuova visione della vita è di una luce accecante nel personaggio di Lucilla: non c’è più giudizio. Il giudizio scompare non perché  Lucilla sia buona in senso di carità cristiana o ingenua, ma perché gli occhi di Lucilla invece di guardare a tre-quattro metri iniziano a guardare a due-tre miliardi di anni luce. Lucilla capisce che non ci sono colpevoli, non lei, non gli altri. E quindi salta in quel luogo dentro di sé dove c’è questa intelligenza che esiste in ogni essere umano, da sempre.
Il salto di Lucilla permette la scomparsa del giudizio sulla sensazione, sull’emozione. Sensazioni ed emozioni proprie e altrui vengono accolte solo per ciò che sono. Esistono ma vengono accolte da una visione più ampia che produce compassione verso quella piccola parte di sé e di tutti gli altri esseri umani che ripetono il loro copione. Non le giudica più queste piccole parti Lucilla: non le sue, non quelle degli altri e così accade che queste piccole parti si accorgono che dentro, accanto, hanno qualcuno di più grande di cui fidarsi e al quale affidarsi.  Piano piano, Lucilla, non le produce nemmeno più queste sensazioni, queste emozioni: come i bambini che di fronte a qualche paura che li attanaglia, guardano la mamma e, se la mamma è tranquilla, diventano tranquilli. Alla fine, a dirla tutta, sembrano essere  proprio queste sensazioni, queste emozioni a guardare Lucilla ed è stupefacente  vederle comprendere di essere piccole e vederle affidarsi a qualcuno di più grande: a Lucilla che diventa maestra di se stessa.
Gli esempi ci vengono in soccorso se sappiamo vederli: Sauro è un esempio, Sauro è un aiuto, Sauro è a sua volta maestro di se stesso.
Non è qualcosa di esoterico e misterioso, è qualcosa che è alla portata di tutti, anche di Andrea che potrebbe apparire, a prima vista, così terribilmente umano.

Un ultima cosa: qualche giorno dopo aver finito di leggere LA LUCE CHE BRILLA SUI TETTI ho avvertito un bisogno strano: quello di sentire la voce di Mario Sideri, al quale il libro è dedicato. È bastato andare su YouTube per sentire e vedere un suo intervento sul Papillomavirus: la sua voce, il suo sorriso, la sua umanità, la sua palpabile voglia di vivere la vita. Ecco, ho visto la luce che brilla sui tetti e una sensazione di pace mi ha invaso il petto. Poi una voce dentro molto umana in sottofondo mi ha detto: Cazzo brillavi anche qui e tanto, dovevi proprio andare a brillare sui tetti?

Non è stato difficile scoprire che era la mia.

È  anche ritornato Hikmet per finire di leggere la sua poesia:
più sottile di un capello più affilato di una spada
l’assenza è un ponte fra noi
anche quando
di fronte l’uno all’altra i nostri ginocchi si toccano.

Quando ha finito è rimasto in silenzio. Poi, è arrivata Maria Giovanna Luini, a  correggerlo:
più sottile di un capello più affilato di una spada
l’assenza è un ponte fra noi
anche quando
di fronte l’uno all’altra la tua mano si appoggia sulla mia spalla

MDM

RECENSIONI

Informazioni su cafedeflore

Michela De Mattio nasce il 30.12.1972. Vive a Trieste fino al 2007 poi, si trasferisce in Lombardia. E’ medico, specialista in Medicina Interna e lavora come Dirigente Medico di Pronto Soccorso e Osservazione Breve Intensiva. È Counselor a indirizzo Fenomenologico-Esistenziale e in quanto tale, è convinta che nulla possa essere neutro e che, quella che viene chiamata realtà, sia solo la parte visibile della verità. È una lettrice vorace, esperisce la lettura come un’emergenza soggettiva. Scrivere per lei è il volo libero e radente di un’ aquila sul mondo. Come le aquile non ama volare in stormo. La scrittura è il solo modo in cui si sente “un essere nel mondo e non del mondo”. Contrappone l’etica e l’estetica dell’esistenza al moralismo. Detesta le regole e i confini di una società malata e conservatrice. Scrive con uno sguardo simultaneamente doppio: uno rivolto a se stessa, l’altro al mondo, del quale preferisce osservare e comprendere le dinamiche profonde e l’essenza di ogni cosa che le si presenta davanti, piuttosto che limitarsi a una sterile descrizione dei fatti.

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